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Sono entrato in un ospedale psichiatrico abbandonato.

Girovagando ho trovato un vecchio registro, dove gli operatori annotavano i comportamenti dei pazienti e le cure somministrate.
Una sorta di diario di vita e sofferenza.

E camminando per i corridoi ho iniziato a scorgere, sulle pareti devastate dall'umidità, segni che parevano restituire quella quotidianità raccontata,
quasi affiorasse nel tempo la silenziosa testimonianza di una comunità dolente ora dispersa.

Suggestioni, certo.

Un filo sottile univa nella mia immaginazione quelle mura tormentate ai pensieri di chi le aveva abitate per anni.
Mi apparivano profili, sguardi straniati, paesaggi rimpianti, allucinazioni.

Entrato con altri intenti fotografici in quelle rovine, non ho potuto fare a meno di raccogliere e presentare anche queste sensazioni.

Ora i muri si stanno sfogliando.
Ogni giorno cadono scaglie di intonaco, cancellando le figure e disegnandone di nuove, come un caleidoscopio in lenta e continua rotazione.

Ma presto crollerà tutto.
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Il manicomio scatena in me diverse sensazioni, a volte contrastanti.

Quei corridoi evocano costantemente una condizione umana fra le più tristi, e la mente cerca ogni appiglio per un momentaneo sollievo:
un fiotto di luce calda che le vetrate lasciano cadere sul pavimento o l'adesivo di un paperotto sulla parete, forse attaccato da un infermiere per rallegrare l'ambiente.

Non è sopportabile quello che si legge nel registro: chi passava le notti ad ululare, chi inghiottiva sigarette, chi implorava una iniezione.
E allora la fine, che tanto mi spaventa, qui mi appare una dolcezza meritata, la cessazione di un enigmatico supplizio. Per fortuna tutto termina.

"Il tempo porta via ogni cosa" qualcuno ha scritto su una parete.
Mi rammarico che questa costruzione, con la sua storia, i suoi bellissimi vetri stia per crollare definitivamente.
Ma sento nascere in me anche l'inconfessabile desiderio che lì il tempo porti via veramente ogni cosa,
che venga fatta tabula rasa dei ricordi di quella sofferenza talmente incontenibile che sembra trasudare ancora dai muri.

Altre volte, paradossalmente, quell'ambiente opprimente diventa un rifugio.
Quando una giornata stressante mi fa mancare il fiato, varco appena quella soglia e il silenzio assoluto,
rotto solo da qualche cinguettio o da qualche vetrata che sbatte, placa la mia ansia.
Mi ricordo che i veri problemi sono altri, e che comunque tutto termina.

i muri della mente

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